blue skies are calling

La maggior parte di noi ha bisogno di uova

Pubblicato da: almostred su: 7 gennaio, 2012

Ieri ho finalmente visto Annie Hall, dell’intramontabile Woody Allen. Sono rimasta entusiasta. Nei drammi emozionali di Alvy Singer e delle sue donne, Annie in primis, c’è molto di più di qualche battuta sardonica e cinica (comunque geniali): l’intera filosofia di vita di Woody Allen è rintracciabile in Alvy e nella sua ansia patologica in tutto ciò che fa. Ossessionato dalla morte, dall’idea di venir discriminato perché ebreo, dall’assoluta certezza della miserabilità di ogni essere umano, Alvy ci ride su. Guardando le espressioni sul viso malinconico di Woody Allen si ha come l’impressione che ogni sua affermazione, persino le più serie, racchiudano in loro qualche sfumatura ironica o satirica.
Il protagonista ci viene presentato attraverso simpatici flashback narrati, in cui i personaggi entrano ed escono senza problemi, facendo osservazioni qui e lì. Accanto ad Alvy vediamo la donna del titolo, Annie Hall,  e, in un serie di nuovi flashback e flashforward sistemati a puzzle, osserviamo lo svilupparsi della loro relazione. Dalla fine  all’inizio, dall’inizio alla fine, per poi riavere un nuovo inizio e una nuova fine. Comparando la sua storia con Annie con i suoi due matrimoni passati, capiamo qual’è la grande ironia della vita di Alvy: se le storie con donne colte, brillanti e di successo non avevano funzionato proprio perché loro erano troppo uguali a lui, la sua storia con Annie finisce perché, nonostante lui sia innamorato di lei, Annie e Alvy sono i due speculari opposti. Lei romantica, lui cinico. Lei ignorante americana media, lui colto intellettuale travestito da comico. Lei eccentrica e vitale, lui paranoico e in psicoanalisi da 15 anni. Lei Los Angeles, lui New York. La sua differenza è ciò che permette ad Alvy di amarla, ma è allo stesso tempo la ragione fondamentale della loro separazione.
È come se Woody, con quei suoi occhialetti da intellettuale infelice, che precedevano di molto la moda hipster del momento, ci stesse dicendo: attenti, è un cadere nella padella nella brace. Perché se prima era infelice perché non innamorato, poi è infelice perché non più ricambiato. Infelici perché troppo uguali, infelici perché troppo diversi. Dov’è la soluzione allora? Ne vale davvero la pena? Lascio la parola a lui stesso:


«After that it got pretty late, and, we both had to go, but it was great seeing Annie again. I realized what a terrific person she was and how much fun it was just knowing her, and I thought of that old joke. You know, this guy goes to his psychiatrist and says, “Doc, my brother’s crazy. He thinks he’s a chicken.” And the doctor says, “Well why don’t you turn him in?” The guy says, “I would, but I need the eggs.” Well, I guess that’s pretty much now how I feel about relationships– you know, they’re totally irrational and crazy and absurd, but, I guess we keep going through it because most of us need the eggs.»

«Questa strada mi trascina via!»

Pubblicato da: almostred su: 5 gennaio, 2012

«-Sal, dobbiamo andare e non fermarci mai finché arriviamo.
-Finché arriviamo dove, amico?
-Non lo so ma dobbiamo andare»

ON THE ROAD

Una frenesia di vita e viaggio e strada è racchiusa nelle pagine di On the Road (Jack Kerouac) come raramente succede in altri libri.  Sal e Dean e i loro amici fanno avanti e indietro fra New York, San Francisco, Denver, Los Angeles, Chicago, e tutto quello che sta fra questi giganti americani. Vanno con i mezzi che trovano, pochi dollari in tasca e un ribollio nel sangue che impedisce loro di fermarsi in un determinato posto. La loro realtà è la strada, perché la strada è vita e fermarsi comporterebbe morire, morire dentro. Cercano l’amore, l’esperienza, qualcosa che li scuota dal tremendo torpore che li coglie nei momenti di riflessione. Cercano la risposta a tutte le domande che si sono mai posti. Cercano qualcosa che li faccia sentire, perché tutto è noia, tutto diventa abitudine, tutto è così omogeneo e morto. E la strada è spesso la risposta a queste ricerche, perché la strada non è mai uguale, muta in continuazione, e sulla strada incontri gente e luoghi che non avresti mai immaginato, che fanno danzare il cuore al ritmo di un jazz frenetico.

La beat generation, li chiamavano, perché tutto quello che erano era beat, “sconfitti” e il beat “ritmo” li muoveva. Il beat della follia, del bop anni ’50, delle droghe leggere e non, del motore di qualche macchina rubata che borbotta cercando di farsi bastare la benzina comprata con gli ultimi due dollari che sarebbero dovuti bastare per mangiare. Nottate passate a delirare sulla vita e a scacciare via il sonno e a far l’amore con donne incontrate poche ore prima e ad attraversare il paesaggio americano in autostop. A cercare disperatamente uno scopo, un valore a cui aggrapparsi.
Ma la vera protagonista di questa storia resta l’America, con le sue strade infinite, i suoi paesaggi deserti, le sue città insonni e i suoi instancabili vagabondi. A volte le cose vanno male, altre vanno bene, ma quello che mai succede è che le cose vadano come si era previsto. La voglia di viaggio che questi resoconti di pazzie provocano è impressionante. Una voglia di vagabondare con un equipaggio di fidati, di arrivare oltre le colonne d’ercole della nostra ragione, di pensare solo a ciò che è davanti a noi e mai a ciò che è dietro.

La nostra generazione non è poi così diversa dalla loro. Anche noi siamo persi in un mondo sempre più grande e sempre in rinnovamento, cerchiamo anche noi disperatamente qualcosa in cui credere, qualcosa per cui vivere, qualcosa che dia un senso alla nostra esistenza. Ma è un malessere talmente radicato e distratto dai mille intrattenimenti che spesso viene sotterrato giù infondo, nel nostro inconscio, aspettando, instancabile, il momento giusto per tenderci un agguato e farci cadere nella sua rete di malinconia. E allora andiamo, mettiamoci in cammino anche noi, e se poi arrivando, scopriremo che non c’è niente, non resta altro che rimboccarci le maniche e rimetterci in viaggio. Vero o metaforico che sia, il viaggio ci tenta perché è all’interno del nostro modo di essere. Siamo dei piccoli Ulisse pronti a legarci all’albero maestro pur di ascoltare una sola volta il meraviglioso canto delle sirene. La domanda è: siamo pronti a rischiare tutto e abbandonare le poche, effimere certezze che abbiamo? Non lo sapremo mai se non tentiamo. E allora, avanti, spinti dal ritmo di qualsiasi musica esista, andiamo. La strada è ancora lunga.

«I shambled after as I’ve been doing all my life after people who interest me, because the only people for me are the mad ones, the ones who are mad to live, mad to talk, mad to be saved, desirous of everything at the same time, the ones who never yawn or say a commonplace thing, but burn, burn, burn like fabulous yellow roman candles exploding like spiders across the stars and in the middle you see the blue centerlight pop and everybody goes ‘Awww!’»

First breath after coma

Pubblicato da: almostred su: 3 gennaio, 2012

E siamo punto e a capo, come ogni anno.

Il 2011 è stato un anno fantastico. Non ricordo un altro anno pieno allo stesso modo nella mia vita; pieno di cose, persone, luoghi ed esperienze nuove. Un sacco di prime volte. Alla buon ora. Ma sono contenta che sia finito, perché bisogna andare avanti, com’è naturale. Questo 2012 marca un cambiamento fondamentale: la maggior parte delle persone con cui ho condiviso la mia esistenza fin’ora non saranno più presenti. E per la maggiore è una cosiddetta good riddance. C’è un quasi totale cambio della guardia. Se l’anno appena passato era un anno di transizione fra vecchio e nuovo, questo che sta entrando è uno di quelli assolutamenti nuovi di zecca in tutti i loro particolari. Santo cielo, le opportunità, le possibilità, mi fanno rabbrividire per l’eccitazione.

Visto che l’assenza di risoluzioni dello scorso capodanno mi ha portato bene, ripetiamola anche quest’anno. Infondo si sa, nessuno le rispetta mai, poveracce. Quello che vorrei fare è andare avanti a mente e cuore aperto, cercando di cogliere tutte le occasioni che mi si presentano. E tentando di prendere meno sul serio quello che arriva. Sembra tutto così stupidamente complicato e drammatico, se ci penso. Sorridiamoci su, anche quando può essere difficile.

Riassumendo i miei feelings in a two nutshell:

Una per l’anno vecchio.

Una per l’anno nuovo.

Happy new yearh. Sarà un anno interessante.

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Welcome to the Rileys

Pubblicato da: almostred su: 23 dicembre, 2011

Non tutti i film sono creati per avere un finale positivo o negativo. Alcuni hanno un finale e basta. Le connotazioni non sono necessarie.
Welcome to the Rileys è uno di questi. Quando vediamo Mallory allontanarsi verso quell’autobus non sappiamo dove andrà, se la sua vita sarà migliore o peggiore, se la sua breve avventura fra i Rileys le sia servita a qualcosa. Possiamo immaginarlo, però.
Nel momento in Doug decide di rimanere a fianco a quella ragazzina sboccata e malandata, cresciuta troppo in fretta, entrambi hanno iniziato a cambiare. Mallory cambia Doug mentre Doug cambia Mallory, e Doug e Mallory insieme cambiano Lois, e Lois e Doug insieme cambiano Mallory. Ognuno ferito a suo modo. Da cose non dette, da un senso di colpa che non si è mai realmente allontanato, da una assenza di persone a prendersi cura di loro. Da uomini che continuano a deludere e a rubare e pretendere.

La vita della spogliarellista non è quella adatta per una sedicenne, ma ad Mallory non importa. Per quanto possa essere dura, brutta e disgustosa, è la sua vita, e i soldi non vengono creati dal nulla.  La ragazza testarda che Doug conosce per sbaglio allo strip club non vuole elemosina da nessuno, che siano soldi o affetto. Non è la bambina di nessuno, perché è troppo tardi per merda del genere, dice a quei suoi nuovi genitori improvvisati, stabilitisi in casa sua chissà come e chissà perché. Doug e Mallory si aggiustano a vicenda, piano piano, ma non si può chiudere completamente la ferita della morte di una figlia, così come non si possono eliminare i lividi onnipresenti di una vita da oggetto. Si può cercare di andare avanti però, perché lo show non si ferma e le opportunità corrono e bisogna farsi forza e uscire di casa finalmente. Lois Riley ce l’ha fatta dopo la fatale telefonata di Doug da New Orleans. Doug Riley ce l’ha fatta con quella fatale telefonata. E Mallory, beh, forse lei ce l’ha fatta come conseguenza ultima di quella stessa telefonata.

Un tocco finale: la valigia che avrebbe dovuto essere per Vivian, amante di Doug morta di infarto pochi giorni prima della partenza di Doug per New Orleans, finisce per essere regalata ad Mallory, forse un augurio, forse una speranza, forse solo una valigia. Ma le valigie sono fatte per viaggiare, e il viaggio, infondo, è tutte queste cose insieme.

Bonus Gif: perché Kristen Steward oscilla fra l’adorabile e il terribilmente sexy in questo film. Fantastica.

Mr Blue Sky is living here today, hey hey

Pubblicato da: almostred su: 20 dicembre, 2011

Finalmente libera dagli ultimi esami del semestre. Ignorerò per il momento il fatto che a gennaio me ne aspettino altri 5 nuovi di zecca. Quindi, si diceva.

Vivere lontani dalla casa familiare è indescrivibilmente meraviglioso. Tempo e silenzio per ascoltare i miei pensieri. Nessuno che mi stressa perché non ho pulito la cucina dopo dieci minuti dall’aver mangiato, nessuno che mi stressa con liti su stronzate inutili come andare a letto tardi la sera. (Poter invitare chiunque a dormire). Sì certo, ci sono doveri necessari come pulire, fare la lavatrice, fare la spesa, ma sono dei minimi prezzi da pagare per poter finalmente vivere in pace.  Poi avere una coinquilina rende quasi tutto più divertente.

In ogni caso, quello che davvero mi piace di Forlì sono due cose: primo, l’enorme quantità di parchi. Sono ovunque e anche giganti. Ne ho uno proprio dietro casa, che ha qualcosa come tre campi da calcio, un campo da basket, uno da pallavvolo, un parco giochi, un pattinodromo, un gazebo e perfino una collinetta con il mio personale Oak Tree. Oh Orlando, mi sembra tanto di essere te quando mi distendo appoggiata a quella non-quercia a godermi il sole autunnale e il Mr Blue Sky. Secondo, le biciclette. Con una bici arrivi ovunque in pochi minuti, e tutti (o quasi) possiedono e utilizzano una bici. Semplicemente non si può farne a meno. Tornare a casa alle due di notte in bicicletta con la musica giusta sparata nelle orecchie è per esempio una delle mie attività preferite. Non so dirvi cosa ci sia della notte in bicicletta che mi attrae così tanto. È che sembra tutto così perfetto. Divertenti sono anche gli spostamenti comunitari, tutti allegramente in bici ignorando macchine e semafori e svegliando il circondario con coretti improvvisati.

Infine, ignorando la mia vita sentimentale (il mio povero organo a forma di cuore ha bisogno di qualche settimana di riposo dopo l’ultimo crash boom bang che ha sopportato), parliamo di Università. Cosa dire, se non professare il mio amore per tutto ciò che si insegna (e per la maggior parte del corpo insegnante, a cui farei proposte di matrimonio) in quell’edificio? Ma non solo: è tutta l’atmosfera che si respira lì dentro che adoro: stress, crisi nervose, certo (la norma), ma anche passione, divertimento, allegria, volontà di vedere il mondo e imparare quanto più si possa di esso, attività diverse ogni giorno, multiculturalità e un amore per le lingue che non ha pari. Ma soprattutto tanta tanta nerdiness.

Sono parte di due gruppi di teatro (inglese e giapponese), ho duemila classi con frequenza obbligatoria e compiti a casa, film da vedere (in lingua originale) e tre lingue da imparare bene, eppure mi sembra di star facendo una così minima parte di tutte le cose che ci sono da fare. È una sensazione che parte dallo stomaco e mi fa spuntare un sorriso idiota sul viso, la sensazione di star vivendo e di avere un portone aperto sul mondo. Sì, le mie ore di sonno ne stanno pesantemente risentendo, e anche i telefilm/film che non riesco più a maratonare con regolarità, per non parlare dei libri che continuano ad accumularsi sul comodino (per uno che ne leggo, altri 3 si aggiungono), e del mio plesso solare che è stato recentemente vivisezionato, ma per Giove, è tutto così esilarante.

Durante la prima lezione di Inglese del secondo modulo del semestre, il mitico Mr. Runcieman ha chiesto alla classe What was like to learn a new language for the first time. A parte il mio amore incondizionato per lui da questo momento in poi, la prima risposta che mi è venuta in mente è stata: It’s like a rollercoaster. It has its ups and downs, but at the end of the ride, you feel like doing it all over again. Over and over. Non penso di aver mai avuto un’intuizione più giusta nella mia vita.

Mind the gap

Pubblicato da: almostred su: 4 dicembre, 2011

Sono mesi che apro questo editor e guardo lo spazio bianco cercando di costringere i miei pensieri in parole, e sono mesi che puntualmente fallisco. Il fatto è che sono successe così tante cose dall’ultima volta che ho scritto qui, che non saprei davvero come riassumere tutto in un post. No, riassumere tutto è impossibile. Ma credo di poter esprimere il gap con alcune canzoni:

All’inizio dell’estate ero:

Alla fine di luglio ero:

A Londra ero:

A settembre ero:

Quando ho iniziato l’università (ad ottobre) ero:

Poi ero:

Un weekend di tre settimane fa ero:

Le settimane seguenti:

Ora:

(In realtà non mi sento acida, però la canzone mi piace da morire, e non riesco a smettere di ascoltarla. E mi da carica. Quindi. Piuttosto: Mi sento grande come una citta’ come una citta’ una gigante/ Che viaggio strano quando tornero’ poi lo rifaro’ poi lo rifaro’/ così lontano non son stata mai non son stata mai gia’ ripartirei )
Così è la (mia) vita. Certe cose sono troppo belle per essere vere. Però ci sono sempre lati positivi. Il lato positivo è che cazzo, questo è solo l’inizio. It’s gonna be a long, interesting ride. Do you wanna stick with me or not?

In bilico

Pubblicato da: almostred su: 8 giugno, 2011

Vi siete mai sentiti come se foste i protagonisti inconsapevoli di un reality show? Oppure come se viveste in una di quelle palle di vetro che se rovesciate iniziano a nevicare all’interno?
Ecco, per un osservatore esterno, il tempo che scorre all’interno del reality è perfettamente lineare. Ogni settimana, lo spettatore silenzioso accende la sua bella tv al plasma e si sintonizza sul canale dove segue il programma, e quello ricomincia esattamente dove si era interrotto la settimana prima. Ma per noi che lo viviamo, questo reality show, le cose non vanno proprio allo stesso modo. Ogni momento che viviamo è come se fosse contemporaneamente passato, presente e futuro.
Attraversando elementari, medie e superiori, il tempo scorre quasi senza che noi ce ne accorgiamo, perché lo scenario di base dietro tutti questi livelli è sempre lo stesso. E poi arriva finalmente il quinto anno delle superiori, quello che si è tanto vagheggiato, ammirato da lontano, pregato il cielo che arrivi presto…ed è già finito.
Ma come, non era appena iniziato? Devo aver perso qualche pezzo.
E invece no, niente perdite di memoria permanenti; l’anno è lì, in bella vista, nelle fotografie e nelle macchie di evidenziatore ai bordi dei libri. L’ho vissuto come quelle ultime 10 pagine del mio libro preferito, quelle che scorrono in un battibaleno, e mi chiedo dove sono finite quelle pagine, devono essersene staccate alcune, e invece no, sono proprio lì.
Non so se vi è mai capitato di finire un libro e poi interrogarvi su cosa fare della vostra vita una volta ora che avete voltato l’ultima pagina. È qualcosa di molto simile, a ben pensarci, l’ultimo anno delle superiori. L’ultimo primo giorno di scuola, l’ultimo terribile lunedì, l’ultimo pesante martedì, l’ultima campanella, l’ultima giornata dell’arte, l’ultima fila alla macchinetta. E dopo? Esilarante, non è vero? Non sapere.
Dopo i primi minuti di smarrimento, però, la risposta l’ho già trovata. È qui, davanti ai miei occhi, se solo smettessi di guardarmi indietro. E così guardo questo temibile baratro dritto nel mezzo, e scopro che non è un baratro, tutt’altro! È una strada, ed è davanti ad ognuno di noi, libera da campanelle e bidelli a sbarrare il passo, piena di vie secondarie e cunicoli inesplorati. Fermatevi un momento a pensare alle implicazioni di questo momento. Non sbuffate, alzando gli occhi al cielo e mormorando di idealismo ridicolo, vi vedo perfino da qui. Ignorate tutte le cose che dovete e dovrete fare e guardatelo un attimo, questo fantomatico, bellissimo baratro-strada. L’aria che tira sull’orlo è magnifica. Possibilità, possibilità, possibilità. Un mondo intero fra cui scegliere. Mi dispiace quasi a sceglierne una sola, di tutte queste. Un peccato davvero. Ma non c’è alternativa, per assurdo che sia, non si può scegliere di non scegliere. Tuttavia, per questo piccolo, breve, momento, lasciatemi qui e tante grazie. Il panorama è magnifico. Dovreste salire a dare un’occhiata anche voi.

Voci erranti

Pubblicato da: almostred su: 3 marzo, 2011

-Perchè dovrei ascoltarvi?
-Perchè io ho una voce!

L’uomo con il lucido cappello a cilindro è in piedi; davanti a lui, un piccolo, innocente microfono. Oltre il microfono, lo stadio è colmo di persone spaventosamente silenziose, che, trepidanti, aspettano parole che non verranno mai. Il Principe Alberto, Duca di York, secondogenito di Re Giorgio V, futuro Giorgio VI, spinge le parole fuori dalla gola, ma quelle non ne vogliono sapere di uscire tutte d’un pezzo. La moglie del Principe abbassa gli occhi, lucidi di lacrime e umiliazione, rassegnata. Così si apre “Il discorso del Re”, regia di Tom Hooper, vincitore di 4 Oscar e una valanga di altri premi. Così si apre, con un discorso mancato; e con un discorso vero e proprio si chiude.

Colin Firth interpreta il Principe Alberto d’Inghilterra, vissuto negli anni ’20, affetto da una persistente forma di balbuzie, che costituiva un grave difetto, soprattutto considerato il suo ruolo sociale. Pur avendo girato tutti i migliori logopedisti del paese, niente sembrava avere successo, almeno fino a quando la moglie (Helena Bonham Carter) non lo condusse da un eccentrico personaggio di nome Lionel Logue(Geoffrey Rush).  “Il discorso del re” è la storia di un re che non avrebbe dovuto diventare tale; di un uomo alla ricerca della propria voce, persa chissà quando in uno dei gelidi e ampi corridoi del palazzo reale britannico. Gli inortodossi metodi di Logue fanno a pezzi, faticosamente, quel muro regale costruito da Alberto, scavano nella sua psiche e nella sua personalità, fino ad arrivare a trovare quella voce che dubitava di avere.

Tutti, a un certo punto della nostra vita, ci mettiamo alla ricerca della nostra voce. Fin da quando iniziamo a esistere, cominciamo a lottare con le parole per farle uscire correttamente, per esprimere e riordinare il caos che abbiamo in testa; ma arriva il momento in cui trovare la propria unica tonalità diventa necessario, e molte volte può essere la cosa più difficile della nostra vita. Qualcuno ci riesce subito, altri impiegano più tempo, altri ancora rinunciano, e si affidano alla voce della massa, amalgamata, confusa, volubile. Ed è un controsenso, a pensarci bene; uno dei tanti controsensi dei nostri tempi; eppure in un mondo di apparenti solisti, ciò che prevale è il coro. Ci sono solo due modi di uscire dal coro: spingere la propria voce a vette più alte, o stonare, incrinando l’unità del gruppo. Dire quale sia il modo migliore è impossibile; occorre coraggio per portare a termine entrambe le scelte. Ciò che è importante è tentare, cercare senza sosta, scavare alla ricerca della propria, unica voce; perché tutti ne abbiamo il diritto, e allo stesso tempo il dovere. Giorgio VI superò la sua prova, e divenne una voce importante per il suo popolo durante la dura guerra contro Hitler. E pur non essendo re e regine, anche la nostra prova si presenta altrettanto difficile, perché esprimere la propria individualità è a volte più spaventoso che vivere senza di essa.

2011 will be my bitch

Pubblicato da: almostred su: 31 dicembre, 2010

Oggi è l’ultimo giorno del 2010. Fatico a crederci, davvero. Sono ancora viva e vegeta, nerd più che mai, nuovo taglio di capelli, nuova attitude, nuova patente, nuovi amici. Che anno, ragazzi. Quante persone ho perso quest’anno? Non ho voglia fare il conto. So solo che le persone vanno e vengono, ma con me quasi sempre vanno. Irlanda c’è stata, però, e non è stata vana. Ma non voglio scadere in inutili sentimentalismi e drammi vari, mi vanto di essere ottimista e di cercare sempre il buono nelle cose, e non vorrei essere da meno. Anche questa volta del 2010 ricorderò solo i momenti belli, perché sono fatta così. E con questo Capodanno rimediato all’ultimo secondo, autoinvitata spudoratamente, ho intenzione di inaugurare un bellissimo prossimo anno. Vaffanculo nostalgia, vaffanculo a quelli che non sono rimasti, vaffanculo a quelli che non rimarranno.

Sono schifosamente eccitata per l’anno prossimo, lo ammetto. Sono contenta che il 2010 sia finito. Aspetto il 2011 con fervore da moltissimo tempo e per moltissimi motivi. L’altro giorno ero sul treno al ritorno da Vasto, leggevo “Il buio oltre la siepe” con la soundtrack di Misfits in sottofondo, e all’improvviso, guardando fuori dal finestrino, mi sono accorta che quel momento era uno dei rari momenti perfetti di cui riusciamo ad accorgerci. Anche domani, il primo dell’anno, due ore del mio tempo le passerò su un treno, e non vorrei assolutamente passarle da un altra parte. Che sia un segno?

Perciò, queste risoluzioni. Vediamo, quelle dell’anno scorso le ho blandamente dimenticate. Complimenti a me, sì. Per l’anno prossimo in realtà non ho bisogno di vere e proprie risoluzioni, tanto so già che farò di testa mia, a seconda della situazione in cui mi troverò. Quindi, l’unica cosa che voglio fare nel 2011 è: non lasciarmi scappare nessuna possibilità. E tentare. Tentare, provare, riprovare, ritentare. Arrendersi mai. E boh, il resto son le solite cose insomma. Perché ripeterle?

Il duemilaundici è il MIO anno. Sono già oberata di cose da fare, persone da andare a trovare a molti chilometri da qui, posti da visitare, soldi da spendere, libri da leggere, telefilm e film da vedere, tanto tanto tanto studio, esami da dare e cioccolata da mangiare. Mi dicono tutti che sono una furiosa, io. Sempre a guardare troppo avanti. Sempre a programmarsi la vita mesi prima. Che sia venuto quasi il momento di smettere di programmare? Beh, intanto, ancora per un pò, questa tendenza alla programmazione mi farà comodo. (Due giorni fa ho scoperto di aver trovato la mia roommate-to-be su twitter. E pensare che non ho ancora né diploma, né appartamento, né ammissione. Don’t judge, people, it was awesome.)

Un grazie a chi ha animato questo duemiladieci che svanisce. Spero ritornerete nel sequel. Un grazie anche alle sole guest stars. Ogni persona che ho mai incontrato ha contribuito ha fare di me la persona che sono. E un vaffanculo ai pregiudizi, gente, che sono veramente i paraocchi della nostra generazione.

E bene, allora.

Domani è il primo giorno del resto della mia vita.

Buon anno a tutti. E non sfasciatevi troppo stasera, non sarebbe male ricordare gli ultimi momenti dell’anno, right?

Sogno su delle parole, ecco tutto

Pubblicato da: almostred su: 26 novembre, 2010

Antoine Roquentin vive nella città di Bouville, Francia. Sono tre anni ormai, da quando, viaggiando in una qualche regione dell’Asia, decise improvvisamente di rientrare in patria. Vive nei ricordi, il signor Roquentin, nei ricordi della sua antica amante, Annie, e delle sue avventure passate in giro per il mondo. Poi un giorno, un giorno qualunque, senza nessun avvenimento degno di nota, eccola che arriva: la Nausea. Ed è come se un filtro fosse stato tolto dagli occhi di Antoine, e tutto, tutto, perde la sua identità, la sua funzione. La città intorno a lui si riempie di cose sconosciute e crude, esseri esistenti e nient’altro. Così, dal nulla, il signor Roquentin scopre il mondo delle esistenze. La sua mano non è più una mano, è un verme bianco e rigonfio attaccato al braccio; il suo viso non ha senso, è solo una massa di carne flaccida, o forse di una qualche altra materia; una radice di un albero non è più una radice, in quanto radice è solo il nome dato alla cosa per descriverne la funzione, e non si sa in realtà cos’è davvero una radice. E ne è disgustato, disgustato dalla sua stessa esistenza. Disgustato da tutte le esistenze, che non nascono, sono semplicemente lì, in continuazione, gratuite, incapaci di smettere di esistere, trascinandosi avanti stancamente per inerzia. No, Antoine Roquentin non ha avuto avventure, solo storie a lui capitate; tutto il suo lavoro di storico per riportare alla vita un certo signor Rollerbon non ha senso, perché da un’esistenza non si può ricavare un’altra esistenza. Perfino Annie non è più la stessa, il peso degli anni sulle sue spalle, ha perso il desiderio di momenti perfetti come Antoine ha perso le sue avventure, e i due non hanno più niente da dirsi. L’esistenza avvolge Roquentin, lo tormenta, lo nausea, e provoca un febbrile flusso di coscienza che si dirama dal centro della narrazione fino alla fine, a tratti razionale e lineare, a tratti irrazionale e confusa. E’ la Nausea che costringe Antoine ad analizzare tutto ciò che vede, tutto ciò che gli capita, facendo così un pungente ritratto della borghesia francese e dei suoi idoli, immortalati in dipinti pomposi racchiusi in una sala di museo. Il signor Roquentin è solo, intrappolato dalla sua coscienza di esistere; talvolta ha la compagnia dell’Autodidatta, disperato umanista, che si istruisce leggendo libri in ordine alfabetico, ma non si illude di aver trovato in lui un amico. Perché egli non è un misantropo, ma neanche un umanista. Antoine Roquentin infine capisce, che non ha più niente da fare in quella piccola cittadina di Bouville, i cui noiosi borghesucci cittadini sono ignari della propria esistenza. L’unica eccezione, l’unico momento di pace e felicità, pur incerta e tentennante, è dato dall’ascolto di una vecchia canzone, Some of these days, poiché la musica, dietro a livelli di esistenza dati dal disco, dall’autore, dagli strumenti, dalla voce, in realtà non esiste in quanto tale.

Nauseato dalla sua esistenza, dalla gratuità e inutilità di essa, Antoine Roquentin cerca una giustificazione, una ragione per cui non essere disgustato da essa, una ragione per cui vivere. E pur espresso in immagini di repulsione e violenza, il flusso di coscienza ci porta infine alla domanda che ogni uomo si pone, la domanda che si porta dentro fin dal momento in cui prende coscienza di sé e della propria esistenza: Perché esisto?

 

 

I love things, ask anyone

Mi piacciono gli odori dei libri nuovi e di quelli vecchi; mi piacciono le nuvole, i quadretti e le righe, i colori, la pagina bianca, l'arcobaleno, il cielo, i computer, la musica, le lingue, le donne, i fili d'erba, la mia bici, l'acqua di mare, le bandiere, i parchi, il vento, la Gran Bretagna, il Giiappone, gli Stati Uniti, l'Irlanda, la Germania, la vastità del mondo, i biglietti del cinema, i pacchi postali, le foto, i viaggi lunghissimi, le risate strane, gli aforismi, l'air guitar, la cancelleria, le cartoline, internet, canticchiare, ballare.

Level of insanity

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